L’ignoranza di se

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Non ho mai pensato ad una verità piuttosto evidente, nessuno di noi si vedrà mai davvero. Sembra la cosa più normale del mondo eppure è sconcertante, solo gli altri possono vederci davvero. Questa rivelazione è arrivata per caso in una delle tante ore passate sul prato dell’università: la gente ci guarda tutti possono farlo, in metro, sull’ autobus, al bar eppure noi no. Lo specchio in effetti non restituisce l’immagine così com’è, o meglio la restituisce ma non nella sua essenza. Solo l’esterno ha una degna visione d’insieme, o almeno in parte.

Disturba vivere in questa rosea ignoranza, non sapremo mai cosa gli altri pensano realmente della nostra persona, come ci vedono come ci giudicano; anche gli amici più cari non sarebbero in grado di fornirci una completa descrizione di noi stessi. Secondo Pirandello ognuno vede una sola parte della nostra natura, una “maschera” che può essere più o meno vicina alla realtà ma nessuno costruisce la versione integrale, neanche noi. Chi ci sta vicino tende a notare solo alcune parti del nostro carattere e su queste basa le proprie opinioni, identificandosi nell’altro; questa è la base della vita in società: cercare nell’altro un po’ di se stessi. La visione non è quindi mai distaccata. È sempre influenzata da una componente personale, da congetture, da giudizi che non lasciano la possibilità di conoscere l’altro in modo del tutto oggettivo. Quindi nessuno nel mondo può davvero vedersi sarà sempre soggetto a giudizi più o meno vicini alla realtà, lo specchio delle non esiste, niente può mostrarci un dipinto imparziale di noi stessi.

Sebbene questa realtà dovrebbero essere di per se ovvia e del tutto scontata, non si può rimanere impassibili sull’atroce inconsapevolezza che ci circonda. Come Antoine Roquentin (protagonista della Nausea di Sartre) che scopre l’inconsistenza del mondo, così di colpo si può avvertire il vuoto e la “finzione ” che riempie la vita. Ebbene si l’intera esistenza si basa su menzogne, la stessa costruzione di noi stessi è una menzogna, non è reale , non è obiettiva; impostiamo le azioni su presupposti sui quali, analizzati attentamente, non si può essere certi. È come un castello di carte, vola al primo colpo di vento, come un grattacielo sulle sabbie mobili, crolla ; così come le nostre convinzioni ci viene posto l’inesorabilità dell’ovvio.

Cosa fare allora? Cosa fare se guardandosi alla spalle si scorge il vuoto e l’inconsistenza del mondo? Si nega l’evidenza, si nega la logicità della questione, si nega che quel pensiero fugace che quel dubbio apparso per un attimo nella mente sia uno scherzo. Si ride. La nausea colpisce chi destabilizzato dalle proprie certezze avverte la perversa oggettività. Forse la verità sta proprio in questo, nella beata ignoranza, nella consistenza che è vera sino a prova contraria: nell’immagine piacevole che si costruisce giorno dopo giorno sulla nostra pelle come un vestito pesante nei mesi invernali. Forse è piacevole l’ingenuità, è piacevole fidarsi di ciò che ci circonda accettando il dubbio come la parte d’incertezza che rende la vita imprevedibile.

 

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L’ Io – progetto in balia degli eventi

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L’uomo è l’insieme delle sue esperienze. L’uomo è colui che decide il proprio destino in modo autonomo e libero. Fondamentalmente le affermazioni sono giuste e concordano con la tesi dell’ Io – progetto degli esistenzialisti (Sartre), l’idea che ognuno nel mondo possa costruirsi giorno per giorno, decisione su decisione. Ciò farebbe della civiltà un insieme di individui unici, irripetibili che esercitano la loro libertà quotidianamente ma la realtà è ben diversa, la libertà di cui oggi le potenze democratiche si vantano è molto limitata.

Anche se ci appare difficile crederlo l’esercizio della piena autonomia è una favola, una storiella raccontata ai bambini. Il progetto della nostra vita viene continuamente ostacolato in modi più o meno diretti; i media, la politica, il sistema capitalistico l’intero sistema è a tutti gli effetti già pilotato. Come quindi far coincidere la tesi della costruzione personale se questa non è pienamente libera? E quanto possono essere influenti gli eventi (del tutto accidentali)?

L’omologazione  generale non è certo uno scoop, il tema è oggetto di molteplici riflessioni sia filosofiche che letterarie, Pasolini già da tempo aveva previsto l’indegna repressione che i media avrebbero attuato. L’individuo del ventesimo secolo non è più molto individuo, anzi è pienamente identificato nella massa, il cosiddetto Io – progetto si è trasformato in un’unica grande piantina di villette a schiera, così perfette e così uguali. Questa è una condizione contro la quale è ormai inutile combattere, il monopolio è presente e del tutto inesorabile che piaccia o meno, tutti sono soggetti (chi più chi meno) alla dittatura televisiva . Il dilemma che mi pongo è invece di diversa natura, quanto sono importanti quegli eventi che in modo del tutto casuale si scontrano con l’esistenza,se un incidente può davvero stravolgere la natura di una persona, se davvero la vita può essere sconvolta da un caso del tutto indipendente dalla propria volontà o semplicemente dovuto alla volontà di altri.

Quelle circostanze così rilevanti in grado di trasformare carattere e personalità del soggetto, come una bomba che distrugge il progetto, il tuo progetto che per anni avevi faticosamente costruito mattoncino dopo mattoncino finestra dopo finestra, nella sua perfetta essenza. In questo modo si riduce l’intera esistenza ad un singolo avvenimento, ad un incidente involontario, l’uomo non è più quindi l’insieme delle sue esperienza ma più il risultato del prevalere di una situazione su un’altra.

Ecco che la libertà scompare, si dissolve come il polline in primavera, è tutt’ intorno… la senti, ne parlano, ne scrivono, ne cantano, la difendono ma in effetti non è mai tua; non si è liberi fin quando non vi è rispetto per il prossimo, non si è liberi fin quando vi è paura del prossimo.